In una Breno ancora sgomenta per quanto accaduto giovedì sera, si indaga per capire meglio cosa abbia portato il giovane Vincenzo Capano, 25 anni, ad uccidere la madre Francesca Mesiano, 53 anni. Il ragazzo, ora in carcere a Brescia, parla poco: dopo aver chiesto aiuto ai carabinieri non ha proferito parola, fino ad essere portato in ospedale ad Esine per un confronto con uno psichiatra.

Solo all’ora di pranzo di venerdì, la confessione: “Sono stato io, le ho messo le mani al collo, stiamo passando un brutto momento”, avrebbe detto, senza aggiungere altro. Fin dalle prime ore dal rinvenimento del corpo della donna, nell’appartamento che il Comune aveva messo a loro disposizione, a pochi metri dal Municipio, gli inquirenti avevano capito che la situazione familiare in cui si era consumato l’omicidio fosse di quelle difficili.

Entrambi disoccupati e di origine calabrese, Francesca Mesiano riceveva un’indennità psichiatrica, oltre a qualche contributo comunale e l’aiuto di alcuni brenesi. La donna era nota in paese per girare spesso, sigaretta alla mano, fermandosi di tanto in tanto a scambiare due parole. Più taciturno il figlio, che a volte accompagnava la madre, altre si aggirava da solo per il paese, fermandosi su qualche panchina. La figlia maggiore della donna vive a Lovere, con il compagno; il marito e padre di Vincenzo, uscito qualche tempo fa dal carcere per reati legati alla droga, non è rientrato in Vallecamonica, ma vive nel Milanese.

In attesa che l’autopsia sul corpo della donna fornisca nuovi elementi, Geraldo Milani, avvocato difensore del 25enne, chiede un’indagine psichiatrica per capire meglio cosa ci sia dietro questo terribile gesto, inaspettato. Madre e figlio erano sì noti a Breno, così come la loro condizione di disagio, ma nessuno avrebbe pensato ad un epilogo simile.

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