La legge 353 del 2000 in materia di incendi boschivi prevede la creazione di un catasto incendi, ovvero di un elenco di quei territori, sul proprio Comune, interessati dai roghi. Lo scopo è quello di vietare, negli anni successi all’incendio, speculazioni su quei territori, riducendone così l’interesse e creando un deterrente per eventuali roghi dolosi.

Il catasto impone misure stringenti: dopo un rogo non si può pascolare e cacciare su quel terreno per dieci anni, per quindici non si può edificare e per cinque non si possono effettuare opere di rimboschimento. Proprio queste misure stanno rallentando la creazione dei catasti in alcuni Comuni: basti pensare che in Vallecamonica quelli che lo hanno adottato sono solo una quindicina.

L’ultimo è stato, l’agosto scorso, Breno, colpito tre anni fa dal terribile incendio in località Campolaro, condivisa con il Comune di Bienno, che però non ha ancora istituito il catasto. Il primo, invece, fu Pian Camuno nove anni fa. Il catasto incendi, però, trova proprio nelle sue regole la sua efficacia: come racconta al Giornale di Brescia Gian Battista Sangalli, direttore del settore Bonifica della Comunità Montana, la Valtrompia, fino a qualche anno fa devastata dai roghi, ora ne subisce molti meno, proprio perché quei territori, inseriti nel catasto, perdono di interesse per possibili speculatori.

Il catasto, inoltre, permetterebbe anche di sanzionare alcuni comportamenti. Per questo è uno strumento molto importante, eppure ancora poco diffuso in Valle: tra i Comuni che ancora non l’hanno adottato, oltre alla già citata Bienno, anche Sellero, Artogne, Darfo Boario Terme, Gianico ed Esine.

Share This