In questa terza domenica di Pasqua, Radio Voce Camuna ha voluto contattare monsignor Marco Busca, vescovo della Diocesi di Mantova che la Vallecamonica la conosce molto bene: è nato infatti ad Edolo ed è stato ordinato sacerdote nel 1991. Fino al 1994 è stato vicario parrocchiale a Borno; poi a Roma fino al 1999 per il perfezionamento degli studi e la Laurea in Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana. Nel 2016, Papa Francesco nomina Vescovo di Mantova: l’11 settembre di quell’anno ha ricevuto l’ordinazione dal Vescovo Luciano Monari nel Duomo di Brescia.

Sempre vicino anche alla Vallecamonica, Busca ha accettato volentieri il nostro invito a rivolgere un pensiero ed una benedizione ai nostri ascoltatori. Di seguito, quindi, ecco il suo messaggio, che potete anche ascoltare qui sotto.

“Grazie di questa opportunità di salutare i miei amici camuni. Io sto bene, qui nella provincia di Mantova il Coronavirus ha mietuto delle vittime e creato tanto dolore e problemi, anche se meno rispetto alla provincia di Brescia. Nel seminario in cui vivo un seminarista ha subìto il virus in maniera molto acuta, perciò tutti siamo stati in quarantena.

La parola delle speranza che voglio lasciarvi è che essa sicuramente vince, perchè la vita vince sempre. Nei giorni scorsi ho sentito una mamma di 29 anni, incinta di una bambina, che è stata colpita dal virus: mi ha detto ‘Io devo lottare e sperare per la mia bambina’. La vita vince sempre, la speranza ci fa dire che tante volte l’umanità si è rialzata da momenti tremendi ed anche questo periodo che ci ha molto provato si aprirà ad una nuova ripartenza dell’umanità.

Certo, occorre pazienza: non abbiamo le soluzioni pronte, a portata di mano, occorre tempo per guarire, per trovare un vaccino. In fondo, eravamo abituati ad una velocità, un’accelerazione: questa brusca frenata ci chiede di avere un rapporto nuovo con il tempo.

Abbiamo sperimentato anche che siamo fragili: un piccolo virus invisibile ha cambiato il ritmo e l’orientamento del mondo intero: questo ci aiuta a capire che non possiamo controllare tutto e che la morte è anche vicina. Siamo portati a pensare alla morte degli altri, ed ora abbiamo sperimentato la morte vicino a noi, in modo crudo, con la separazione di questi cari portati via senza poterli vedere e senza poter celebrare loro un funerale in maniera dignitosa. Penso che in questo tempo abbiamo perso soprattutto una generazione di anziani che erano dei punti di riferimento per le nostre comunità, in molti casi protagonisti della ripresa economica e civile del Secondo Dopoguerra. E’ anche, quindi, una perdita in termini di memoria.

Ma dobbiamo cogliere anche quello che questo tempo ci insegna, ad esempio abbiamo apprezzato molto la dedizione ed il lavoro competente dei medici, ed abbiamo un’altra volta confermato che alla guida della collettività occorrono persone competenti, preparate, oneste, che sappiano ricoprire questi ruoli per il bene comune. E’ ritornata una stima verso questi operatori sanitari che fino a poco tempo fa era messa in questione anche per aspetti più semplici. Questo può insegnare anche ai giovani che stanno studiando che occorre impegno, dedizione e competenza.

Nella zona dove vivo ed opero ho potuto anche riscontrare una mobilitazione generale di generosità da parte di istituzioni, associazioni, pubblici e privati che prima si faceva fatica a vedere. Vorrei inoltre dire a tutti di stare attenti ad isolarci nell’indifferenza: non dobbiamo diventare freddi nei confronti del nostro prossimo e, nella misura del possibile, cerchiamo di tenere una rete di contatti anche tramite le nuove tecnologie. Siamo stati provati dalla solitudine: non eravamo molto abituati dal silenzio, la solitudine va riempita bene, pensando, leggendo, pregando, per gestire le nostra emozioni, e creando un buon clima in casa dove per la noia e la stanchezza potrebbero uscire delle tensioni. Dobbiamo avere pazienza, compatirci, sopportarci ed aiutarci.

Troveremo una difficoltà nella ripartenza economica: credo che dovremo dare una revisione ai nostri stili di vita ed accettare di rimboccarci le maniche. La benedizione che voglio dare è per chi anche si trova ad affrontare situazioni economiche difficili e nutre grandi preoccupazioni per il suo futuro professionale.

Vorrei dare la benedizione usando le parole di don Giovanni Antonioli, un sacerdote ma anche un camuno doc, ricordato come parroco di Pontedilegno, rettore di Santa Maria di Esine, un uomo straordinario che ha scritto un libro sul dolore, ‘L’ospite più strano’. Lui, malato di Parkinson, scriveva che il dolore va ospitato, accolto, perché ti insegna tante cose. Non è Dio che lo manda, non è una punizione: però quando viene ha qualche cosa da insegnarci per diventare più umani. Don Antonioli diceva di ascoltare la parola che il dolore ci può insegnare.

Ecco, io vorrei dire a tutti di avere speranza in Dio, nell’uomo, nei medici, nei nostri mezzi, ma soprattutto nel Signore: i conforti umani sono troppo piccoli per dolori così grandi, come quello che stiamo passando un po’ tutti, alcuni più di altri. La mia preghiera è per voi, anche io conto sulle vostre preghiere e conto di poter poi ritrovarci insieme nella nostra Valle per lodare il Signore e la Madonna, che in Valle ha tanti santuari a lei dedicati, per poter ringraziare dell’aiuto nel superare questo momento molto grave dell’epidemia”.

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