Potranno fare gli indifferenti fin che vogliono ma i denigratori ad oltranza, il cultori del cantautorato impegnato italiano post sessantottino, gli affamati di canzone sociale ed intimistica, in questo CD vedranno concretizzarsi il peggiore dei loro incubi: Jovanotti è diventato grande.

 Diventare grandi spesso significa dover costruire torri di compromessi ed in questo lavoro i compromessi non mancano, a cominciare dal brano di apertura, primo singolo, quello che da il titolo all’album, che sembra essere stato scritto a tavolino e confezionato apposta per tranquillizzare i delatori. Ascoltandolo infatti pensi “il solito ragazzone che con quattro rime buoniste spreme il mercato del pop conciliandolo col rap”. L’album, in realtà, è tutta un’altra cosa. Certo, non mancano canzoni più “jovanottiane” infilate qui e là (leggi “In Italia”, “Le canzoni”, “Sbam!”, “Fame”, per certi versi anche “Viva la libertà”) per accontentare quanti vogliono, pregiudizialmente, il Jovanotti di una volta, quello che nei concerti “tutto salta” e fa ballare.

Ma il reale cuore dell’album è da cercare altrove e si badi bene: non nelle ballate ruffiane che negli anni scorsi hanno fatto da punta di diamante della produzione di Lorenzo. Anche qui il tentativo di infilarne qualcuna c’è (“Chiaro di luna”, “Paura di niente”), ma resta meno ispirato che in passato.

Dov’è allora che Jovanotti è diventato Lorenzo? In una serie d’altri pezzi infilati con estrema disinvoltura qui e là, quasi per caso, ma assolutamente spiazzanti. “Affermativo” fosse stata in un disco di Fabrizio De Andrè  avrebbe fatto gridare al miracolo. La jazzata “Amoremio”, buttata lì come brano cuscinetto, è in realtà la naturale evoluzione del cantautorato romantico anni ’60. Ed ancora “Quello che intendevi”, in cui il rap si fa recitativo, che con la sua carrellata di ritratti umani porta alla mente alcune suggestioni pasoliniane che ritroviamo in “Ragazzini per strada”. Notevole “Navigare” nella cui struttura melodica riecheggiano le atmosfere di ispirazione francese che tanto influirono sulla musica colta italiana del recente passato, e qui i riferimenti, oltre a De Andrè, si fanno Endrigo, Paoli, Tenco. Echi che, cambiando i le fonti di ispirazione e facendole decisamente più “americane” tornano in “Sbagliato”.

Assolutamente sapore di già sentito, di lezione già insegnata, per certi versi, diranno i cattivi, di copiato. Ma è un copiato fatto alla grande, un compito in classe da voto molto alto, perché alla conoscenza si vede accostata una competenza che è assolutamente personale. I temi dei testi infatti sono assolutamente attuali, sociali, politici (nel senso originario del termine), affrontati non per partito preso, o per amor di moda, ma attraverso una sensibilità personale e matura, che guarda, nell’evento, alla persona.

Insomma: il Jovanotto è diventato un uomo. 

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