Esistono alcune lettere conservate presso l’Archivio diocesano di Brescia.
Una esigua e significativa corrispondenza intercorsa tra alcuni sacerdoti di Vallecamonica e il vicario
episcopale del Cardinal Angelo Maria Querini, Leandro Chizzola agli inizi del 1731.
Si scopre il fenomeno dei pretesi miracoli del temporaneo ritorno in vita di neonati morti e della somministrazione del battesimo che si erano diffusi in molti centri della valle: il ben noto fenomeno degli à répit (tregua).
Mauro Pennacchio, docente di storia e filosofia e cultore di storia sociale e religiosa ospite a Radio Voce Camuna nel programma “Qualcosa da dire” con Daniela Pezzoni ha raccontato il suo ultimo libro “REPIT, i bambini del cono d’ombra”
Cos’è il Repit? Perchè lo si eseguiva?
Eccovi l’audio della puntata:

“I bambini del cono d’ombra”. Li definivano anche in questo modo i piccoli nati
morti senza poter essere battezzati.
Provocando nelle famiglie e nella società lo sgomento della incolpevole tragedia, la paura della collera divina,
il bisogno di un gesto di conforto e di riparazione.
Così questi corpicini venivano affidati a cerimonie rituali (répit), che consistevano nella pratica di una “pietas”
di santuari e luoghi sacri che accettavano di compiere il sacramento del battesimo ai piccoli defunti e successivamente la loro sepoltura in terreni consacrati.
È stata per secoli una pratica di comunità, frutto di ancestrale fede popolare, tramandata di generazione in generazione.
Il Répit si diffuse in maniera considerevole soprattutto nelle valli alpine e testimonianze fondamentali sono raccolte in Valle Camonica e nel Trentino dal XV secolo fino al ‘700.
Mauro Pennacchio, storico e autore, docente di storia e filosofia, noto per i suoi saggi e racconti incentrati sulla storia sociale e religiosa, con particolare attenzione al territorio del Lago d’Iseo e della Valle Camonica,
con un lavoro di scavo e di ricerca durato a lungo, ne scrive un saggio precisissimo,
denso di notizie e di memorie abbandonate cariche di senso e di umanità,
e di storie che hanno il gusto dell’arte devozionale, dei gesti di solidarietà comunitaria,
nel solco di tradizioni che possiedono autentica tensione religiosa e qualche eco di superstizione.


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