Ci avevano già provato due anni fa, i Rusties, a misurarsi con il cantato in italiano. Quello di allora (“Dalla polvere e dal fuoco”) era un disco di traduzioni di pezzi presi dal più bel catalogo di canzoni americane, quelle di Warren Zevon, di Bruce Cockburn, di Neil Young e via discorrendo.

Stavolta, invece, eccoli con un pugno di solide canzoni autografe, l’album si intitola “Dove osano i rapaci”, è stato registrato in quattro giorni e in presa diretta. Le canzoni sono praticamente dal vivo, infatti è un disco che “suona” di altri tempi, non ci sono click, non ci sono campionamenti e c’è poca tecnologia.

 

Si nota subito la qualità sia della scrittura che del suono e degli arrangiamenti di questi cinque bergamaschi. Marco Grompi, che tra l’altro è uno dei più noti “neilyoungofili” italiani, lascia spazio come non mai anche alla penna e alle voci di tutti gli altri componenti del gruppo, cioè Osvaldo Ardenghi, granitico chitarrista solista, Massimo Piccinelli alle tastiere, il grande Fulvio Monieri (autentica leggenda vivente del rock italiano) al basso, e il giovanissimo Filippo Acquaviva (20 anni, uno dei migliori batteristi della Lombardia).

Il risultato è un disco bellissimo, dove bontà della musica e qualità dei testi, quasi tutti improntati al sociale, si sposano alla perfezione.

“Dove osano i rapaci”, che apre l’album, è una canzone che racconta questi anni, come li stiamo vivendo (piuttosto male, direi) e quello che sta succedendo in questo paese.

“Non tornerà” è una canzone che fotografa gli ultimi vent’anni d’Italia con un certo sarcasmo, e il messaggio della canzone non è tanto quello di fare una cronaca di cose che tutti abbiamo visto e che vengono riportate con certe licenze poetiche e con immagini anche piuttosto forti, ma è il finale della canzone, cioè che questi venti anni che ci hanno rubato, nessuno ce li ridarà indietro.

“Pezzo di carta” parla di come in questo momento in Italia non venga mai premiato il merito. Avere delle doti e delle capacità ormai non conta quasi più nulla, soprattutto i giovani sono costretti a emigrare all’estero, salvo poi venire riconosciuti come “italiani” quando all’estero riescono ad ottenere risultati e riconoscimenti importanti.

“Non lontano molto tempo fa” è un pezzo scritto e cantato da Fulvio Monieri, ed è una bellissima canzone che ricorda un tempo ormai irrimediabilmente finito e perso, quello dei figli dei fiori e della fantasia al potere, dove tutto sembrava roseo e dove pareva che l’umanità si fosse risvegliata. Adesso ci si chiede cosa è successo nel frattempo e dove sono andati a finire quei valori.

“Come planare” è un brano acustico cantato da Grompi, mentre “Una storia per noi” è basata su un amico che non c’è più, vittima della “polvere”, che suonava il basso anni fa insieme a Osvaldo (autore del pezzo) ed è un brano un po’ alla Cream.

“Queste tracce” è una canzone pensata per sfociare dal vivo in lunghissime jam chitarristiche dove affiora più che in altri brani l’attitudine “younghiana” dei Rusties. Parla della violenza sulle donne, l’Italia è il primo paese al mondo per femminicidi, ed è ancora un tragico problema sociale e culturale.

L’album si chiude con “Magari un motivo”, pezzo che parla dell’incomunicailità.

Chi fosse interessato al disco può contattare i Rusties direttamente sulla loro pagina Facebook, anche se si trova facilmente attraverso i più importanti canali di distribuzione (Amazon e via dicendo) e nei migliori negozi di dischi.

www.debaser.it/rusties/dove-osano-i-rapaci/recensione

 

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