Solo un appassionato linguista poteva accettare la sfida di tradurre in dialetto camuno una delle poesie italiane più celebri. L’impresa è di Vittorio Volpi, bibliotecario di Iseo ora in pensione ed originario di Esine. Volpi, dopo aver iniziato a lavorare su un dizionario etimologico sul dialetto bresciano, ha preso in mano “L’Infinito” di Giacomo Leopardi ed ha iniziato a tradurlo in dialetto, in particolare in quello della media Valle.

Un lavoro che ha richiesto un’operazione di “smontaggio” della sintassi, per poi ricostruirla utilizzandone una più “povera” ma assolutamente concreta e poco retorica. Per farlo, Volpi ha trovato il nudo significato delle parole utilizzate da Leopardi, rivestendole con termini dialettali che ben fornissero i soprasensi dell’autore.

Così facendo, assicura il linguista, è giunto ad una comprensione più approfondita e forse inedita della poesia, usando la traduzione quasi come metodo critico. Come detto, Volpi ha impiegato il dialetto camuno parlato ad Esine, con il desiderio di poter “portare” la sua versione de “L’Infinito” in Vallecamonica, cosa che però non esclude che il suo lavoro possa essere apprezzato anche altrove e dai cultori dei dialetti.

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