Garbo, maturità, centralità delle canzoni, sono alcuni degli ingredienti fondamentali del filone confidenziale, più che un genere musicale un modo trasversale di presentare e proporre la musica. Bacchetti riesce in questo lavoro a rispettarne i canoni, pur spaziando liberamente verso altri orizzonti. Nel disco convivono infatti anime diverse che si incontrano ed intersecano con equilibrio. Particolarmente apprezzabile il discorso locale affrontato in testa e coda all’album, con la rielaborazione del tema popolare di “Pastorèla” e l’adattamento in musica della ninna nanna “Bala pütì”. Gli arrangiamenti dei due pezzi non rimandano al folk tradizionale ma piuttosto richiamano, sebbene con un repertorio strumentale più essenziale, le sonorità tipiche della proposta musicale dei gruppi colti della recente tradizione italiana (Baraban, Calicanto, ….). E’ possibile una lettura cabarettistica del lavoro, nelle tracce “Eppure io” e “Mangiando un toast”, ma anche in questo caso l’umorismo è fatto sottile e comunque venato di malinconia, finalizzato a far sorridere più che a far ridere. Felici i tributi a Lauzi (“Il poeta”), Vecchioni (“L’uomo ce si gioca il cielo a dadi”) e Jannacci (la già citata “Mangiando un toast”), riletti fedelmente ma senza rischiare di scadere nella brutta copia, o che il lavoro risenta negativamente del confronto fra le opere dei grandi e quelle firmate dal valsabbino, ciò anche in virtù di una sapiente coerenza interna fra le sonorità e le tematiche dei brani.
Bacchetti firma 8 delle 12 canzoni, avvalendosi per alcune della collaborazione di Panichi e Beltrami. Il sapore generale delle musiche è quello del miglior cantautorato italiano anni sessanta, nel periodo in cui gli autori nostrani guardavano oltr’alpe, attingendo a piene mani dalle sonorità della chanson française (Paoli, Tenco, il primo Vecchioni, Lauzi …), anche se non mancano echi più recenti, come un certa sfumatura del rosso colore di Bertoli in “Se sapessi”.
Le tematiche dei testi sono intime, personali, non locali, affrontate senza eccessi, con maturità e frequenti intuizioni poetiche. Divertenti i controsensi di “Eppure io”, canzone dedicata ad una donna allegra come la sveglia del mattino, pura come l’aria di Milano, chiara come l’acqua del naviglio, calda come il mese di gennaio. Sottile ironia che si insinua nella dolce malinconia di “Se sapessi” (… se sapessi quante volte sono morto e poi risorto, ho detto basta, son fuggito e ritornato, ho giocato ed ho perduto … tu lo sai che per averti ho ribaltato tutto il mondo, e alla fine della storia ti ho perduto e avevo torto, uscirò da questo sogno, lo farò con nostalgia, e se questo ti da noia e va bene allora resto). Emozioni quotidiane ispirate in “E così, è così” ( … quel che ha leso la purezza antica è soltanto ciò che non t’han dato … e se la trama di una storia vera, rimane chiusa dentro quattro mura, la ragazza che di meglio spera, si fa bella in cerca di fortuna … e mentre gira questa ruota gira, forse qualcuno poi s’incontra e dai … il fiume a vale scorre lentamente, la pioggia perde la sua identità, alcuni pesci ancora scansano la sorte, chissà se un giorno non li vedrò più), e nella meno riuscita “Se penso a quelli” (quaggiù quel cielo oltre alla pioggia dovrebbe mandare un angeli in premio a quelli che non sanno, non possono dire, continuano a barare e a chiedersi il perché). Sapore cantautorale sessantottino, benché non apertamente sociale, in “Suzie” (mi piace ciò che dici, la speranza che mi dai, e vedrai, sarò forte come vuoi, sai mi piacerebbe avere quella forza che tu hai e vorrei non perdere altro tempo, affrontare così una vita con te, e tentare di non fermarmi mai e sentirmi più forte, non cadere quasi mai, perché questo è importante sai) altrettanto succede per “Il vecchio bambino” (nel vecchio bambino ai confini del mondo ritrovo me stesso bambino di ieri).
Sul fronte musicale si segnala l’essenzialità acustica della strumentazione: chitarra e fisarmonica, suonate direttamente da Bacchetti, cornamusa e flauto dolce, affidati a Carlo Cappa, quindi la voce di Mauro Bacchetti, più sicura sulle tonalità basse, a tratti colorata dai suoni del dialetto.