1920-2016: la Società Anonima Cooperativa di Consumo di Cogno, Sette Camini e e la Cooperativa Arcobaleno di Breno

1920-2016: la Società Anonima Cooperativa di Consumo di Cogno, Sette Camini e e la Cooperativa Arcobaleno di Breno

Era la seconda metà dell’Ottocento quando, a seguito dell’esperienza inglese di Manchester -dove, nel 1844, fu fondata la prima Cooperativa-, in Italia iniziarono a nascere le prime Cooperative di Consumo. Il loro scopo era quello di procurare agli associati tutti i generi necessari per la sussistenza delle loro famiglie.

Il boom delle cooperative si ebbe tra il 1900 ed il 1920, quando salirono da 2.000 a 21.500. La storia della Società Anonima Cooperativa di Consumo di Cogno parte proprio dal 1920: una storia che viene raccontata nella pubblicazione che la Cooperativa Arcobaleno di Breno ha voluto stampare nel 2017, per celebrare una delle istituzioni più importanti della Vallecamonica.

SocietaDiConsumo

Nata per volontà di Vittorino Olcese, dirigente dell’omonimo Cotonificio, la Società di Consumo ben presto espanse le proprie attività, iniziando non solo a fornire alimenti ai dipendenti dello stabile, ma dando loro anche vestiti: un’attività che, considerato l’alto numero di lavoratori in dote e la loro provenienza da diverse parti della Vallecamonica, era diventata di sostegno per numerose famiglie camune.

La pubblicazione, a cura di Giannino Botticchio ed Elena Casadei, non solo ne racconta la storia, ma offre anche la documentazione originale, pubblicando l’atto notarile di fondazione della Cooperativa, lo Statuto, l’elenco dei presidenti e dei suoi soci, tra cui comparivano numerosi operai, come previsto dallo Statuto stesso.

L’arrivo della grande distribuzione anche in Valle negli anni Settanta mise in crisi l’operato della Cooperativa, che nel 1984 cambiò lo Statuto, cedette il settore alimentare e diede in affitto parte della sua sede, che trovava spazio nel centro di Cogno, in via Vittorio Veneto, a pochi passi dalla chiesa parrocchiale. Nel 1998 il cambio di nome in Cooperativa Sette Camini, in ricordo del soprannome con cui la frazione era nota: la Cooperativa si specializza nel campo culturale, organizzando numerosi eventi in questo settore e contribuendo alla vita del paese in diversi modi, con mostre, donazioni ed iniziative per i bisognosi.

Agricola

Poi, nel 2016, la fusione con la Cooperativa Arcobaleno di Breno, a cui spetta il compito di valorizzarne le opere in campo sociale, promuovendo, ad esempio, la Cooperativa sociale Agricola, che ha il compito di insegnare un mestiere alle persone più in difficoltà e favorirne l’integrazione nella società. Proprio nel rispetto di questa tradizione, la Cooperativa stessa ha deciso di pubblicare la storia di quest’istituzione: un libro che si può trovare nelle biblioteche della Valle.

Una maratona alpina lunga una vita

Una maratona alpina lunga una vita

Nel grande libro fotografico di Giacomo Salvadori la storia dell’idea e della realizzazione di Sentiero 4 Luglio, Bivacco Davide e Maratona del Cielo 

La maratona è il simbolo classico delle lunghe imprese. Di quelle imprese che si compiono con costanza, caparbietà, sapiente dosaggio delle forze, resistenza e capacità di soffrire. Se aggiungiamo il terreno impervio della montagna, la rarefazione dell’aria ad alta quota e la solitudine obbligata, Giacomo Salvadori da Santìcolo di Corteno Golgi è un grande maratoneta.

Alla soglia degli ottant’anni, infatti, non pago di aver dedicato una vita alle peregrinazioni alpestri e gli ultimi venticinque a realizzare il triplice sogno giovanile di dare dignità concreta alle sue montagne, si è buttato a capofitto nell’impresa di un grande libro rievocativo. Senza farsi troppe domande sui tanti rischi di pubblicare oggi in autarchia un ampio volume storico e fotografico su una storia in parte personale e un tema locale, dimostra il coraggio degli esploratori. Solo che la storia privata e gli eventi locali conseguenti, che pur si svolgono in un contesto alpino senza blasoni e a lungo marginalizzato dalla pubblicistica, sono in questo caso facilmente trasfigurabili in storie dal significato e dal valore universali.

In Lassù, tra sogno e realtà (Liberedizioni, pp. 370) si narrano vicende appassionanti, tristi e di nuovo esaltanti. Storie di vita, di sviscerato amore per la Montagna, di vero grande Sport, di genuina festa collettiva, di strameritato successo. In una parola, di Impegno.

Si parte narrando di quando il protagonista era un bambino e un giovane ragazzo, con il mito e il timor panico delle vette. Poi dell’emigrante forzato dalla grama montagna alla città. Indi del giovane uomo che scopre le Alpi famose e contemporaneamente le meravigliose, solitarie Alpi di casa. Infine, complice la tragica morte del nipote Davide, della sua rinascita nel mito. Della nascita di un ardito sentiero, di un bellissimo bivacco, d’una competizione pionieristica di skyrunning.

Con quella che è negli anni divenuta la Maratona del Cielo per antonomasia, in scena ogni anno da ormai un quarto di secolo lungo il Sentiero 4 Luglio delle Api Orobie camune, a lambire Valtellina e Valli bergamasche, Giacomo Salvadori è in qualche modo nella storia dello Sport. Anche se ciò che lo appaga e lo ha appagato sempre è di essere nel cuore dei suoi concittadini-collaboratori, che gli hanno reso anni fa l’omaggio della cittadinanza onoraria: la licenza anche formale per il suo ritorno alle origini.

La storia, in forma di intervista, si dipana nelle prime cento pagine del libro, mentre il corredo fotografico (quasi settecento immagini a colori) è quanto di meglio si sia potuto scegliere dalla mole iconografica disponibile. Ogni anno della gara (si precisa, dal 1994 al 2007) è presentato con una sintetica cronaca e seguito dalle relative immagini. Appendici varie e alcune chicche arricchiscono l’opera.

Come Giacomo tiene a ribadire, è felice per il successo che l’evento continua a riscontrare anche dopo il suo disimpegno diretto. Lui c’è sempre, pronto a riabbracciare i tanti che tornano e gli sono legati da affetto e stima. La storia finisce – anzi continua – infatti con il suo augurio Lunga Vita Skymarathon!

Recensione di Antonio Stefanini

 

Giacomo Salvadori ci lascia altre memorie fra le più preziose, accenti che riescono a coniu­gare una sua storia individuale con la corali­tà della comunità che intorno a lui si muove nel dar vita a un suo accarezzato progetto: ri­cordare il nipote che, troppo giovane, è stato strappato alla famiglia.

E riesce a colmare quel vuoto disperante coin­volgendo l’intero paese natio, prima nella co­struzione di un bivacco accogliente e sicuro in un’area di supremi e isolati picchi montani, un riparo che si chiamerà Davide, il nome del gio­vane nipote.

La tragedia della sua scomparsa diventa così il nobile accorato ‘vissuto’ dell’intera popola­zione: un nuovo ideale sentiero andrà a rac­cordare le tracce di cacciatori e pastori per consentire all’escursionista di inerpicarsi fino a raggiungere, da pellegrino ispirato, la meta del suo fiducioso tragitto. […]

Ma il progetto non si ferma; Giacomo, instan­cabile, aggiunge fatica cui segue fatica e mira ad aprire un dialogo con i giovani. C’è una pra­tica sportiva, lo skyrunning che si corre sulle alte quote dei monti, che pretende allenamen­to, esperienza, agilità e che ha trovato le entu­siastiche adesioni di migliaia di praticanti di qua e di là delle Alpi.

Giacomo guida la comunità cortenese a organizzare una gara subito denomina­ta la Maratona del cielo, 42 km, 2800 m di dislivello, la corona delle valli di Cam­povecchio e Sant’Antonio fino a cima Sèll­ero, m2744 e al Bivacco Davide, idea-le giro di boa per la picchiata finale sull’abitato di Santicolo.

Lo straordinario teatro di gara, grazie allo sfor­zo titanico e alla felice collaborazione di tante persone, richiama da subito centinaia di con­correnti.

(dalla Presentazione di Giovanni Capra)

Giacomo Salvadori, Lassù tra sogno e realtà, Liberedizioni (BS), 2017,  (pagine 400)

Secondamarea “Canzoni a carburo” (CD 2016)

Secondamarea “Canzoni a carburo” (CD 2016)

 

Non solo un esercizio di archeologia industriale ma tradizione contemporanea, epistemologia per il presente e, al tempo stesso, godibilità estrema.

 

Loro sono i Secondamarea: Andrea Biscaro, scrittore e cantautore, e Ilaria Becchino, cantante e musicista.

Il prodotto che presentiamo è difficilmente classificabile: libro o CD? Capita infatti raramente di trovarsi di fronte ad una proposta editoriale capace di equilibrare e rendere così interdipendenti e connessi questi due aspetti al punto di farli inseparabili.

Non c’è solo far musica, in questo progetto, ma anche far storia. Al tempo stesso però non è solo di storia che si ragiona, perché muoversi nel mondo della miniera costringe ad entrare nella dimensione sociale, sindacale, sanitaria del problema. Raccontare il lavoro, la fatica, la sofferenza porta inevitabilmente ad un aggancio fra passato e presente, perché pure ai giorni nostri in miniera si vive e si muore.

Questa lettura a trecentosessanta gradi del problema, questo suo essere non solo un fatto di memoria, si respira a pieni polmoni anche nel percorso di proposta musicale della formazione. Certo, volendo per forza classificare il genere si debbono utilizzare i riferimenti del folk cantautorale, non il folk rock tanto di moda oggi: qualcosa di meno “country” e di più vicino alla dimensione dei cantastorie. Ma anche etichettare esclusivamente come folk questa musica potrebbe ridurre le aspettative dell’ascoltatore ad un contesto nostalgico, piegato sul passato, quando invece è proprio la contemporaneità ad emergere prepotente anche dal disco.

Non solo una ricerca colta, non solo una raccolta di canzoni, non solo un espediente per fare spettacolo. Ma piuttosto la capacità, ampia, di trattare la sofferenza e la vita degli uomini e di proporla come attuale provocazione a riflettere.

Credo che a fare la differenza, in questo lavoro dei Secondamerea, sia proprio la dimensione “cantastoriale” cui si accennava prima, capace di creare ponti e stimolare emozioni perché costruita a partire dal rispetto di alcuni valori essenziali (la persona, il lavoro, la fatica, …) oggi raramente rispettati.

Non si può che raccomandare, accanto all’ascolto individuale, l’uso di questo materiale come documento storico per attività di insegnamento (preziosissimi il corredo antologico ed iconografico), nella speranza che, presto o tardi, sia data la possibilità alla Valle Camonica, valle di minatori e forni fusori, di riflettere con loro.

PS: da nipote di carbonai, grazie per “questo viottolo irto di sassi ci tocca a tutti ormai percorrerlo. Coraggio dunque: curvi sui nostri passi, sulle nostre lanterne, camminiamo,”

 

Secondamarea, Canzoni a carburo, Radici Music Records, 2016

 

Pagina facebook Secondamarea https://it-it.facebook.com/Secondamarea/

Medeley di “Canzoni a carburo” https://www.youtube.com/watch?v=m4AQDLIpJsM

Radici Music Records www.radicimusicrecords.it

Segni di stelle (libro 2016)

Segni di stelle (libro 2016)

 

Se l’obiettivo della pubblicazione era stupire possiamo dire che è stato raggiunto al 100%. Dalla copertina, malgrado le scritte evidenti, nessuno potrebbe pensare che possa trattarsi di una pubblicazione sulle ricette tradizionali della Valle Camonica.

 

E’ un dato di fatto che negli ultimi decenni televisione ed editoria (Clerici in testa) ci hanno abituato alla saga dell’esplicito: primi piani sul tegamino, immagini in dettaglio, una sorta di pornografia gastronomica che non lascia spazio all’immaginazione. Al tempo stesso in materia di cucina abbiano sentito tutto e il contrario di tutto: dai puristi della tradizione, che va rispettata integralmente anche negli aspetti che la stessa non s’è mai inventata, ai teorici del trasformismo e della contaminazione, dal cibo che sembra essere il contrario di ciò che è, a quello talmente salutista che vien da chiederti se ci si ammala lo stesso a mangiarlo.

Abbiamo educato una mente assolutamente aperta, quindi, disposta ad accettare ogni profanazione ai danni della memoria di Giacomo Ducoli Fio. In questo caso l’allenamento pregresso potrebbe comunque difettare perché, parafrasando il proverbio “il buon giorno si vede dal mattino”, possiamo dire che il buon appetito si vede dalle firme. Se i camuni dell’alta valle potranno non gradire fino in fondo le origini bergamasche di Riccardo Camaini (che poi insomma: Lovere è comunque diocesi di Brescia), il suo presente quale “cuoco dell’anno 2017” è tale da passare in secondo piano anche i prestigiosi trascorsi come “Marchesi boy”. Anche sulle origini francesi di Philippe Léveillé si può soprassedere, tanto in considerazione delle stelle Michelin che lo accompagnano, quanto, e soprattutto, per la fama di non essere particolarmente orientato verso la cucina dietetica. Infine, per ragioni puramente alfabetiche, Igino Massari, maestro indiscusso della pasticceria bresciana.

Il prodotto di questo incontro è un testo capace di conciliare, in modo assolutamente equilibrato, gli estremi di tradizione ed innovazione. Non solo ricette, perché cibo, gastronomia e alimentazione non sono solo questione di percentuali e tempi, ma anche riflessione sul senso del piacere. Anche nello specifico delle proposte culinarie non possiamo che apprezzare il puntuale sforzo di collocazione geografica e storiografica del prodotto.

Quando si entra nel mondo della cucina all’incontro di boxe tra innovazione e tradizione si affianca l’universo specifico domestico che, basandosi su un lessico familiare di sapori ed odori, vede mutare le ricette non solo da paese a paese, ma addirittura da casa a casa. Ne sono esempio i ravioli camuni, proposti in tante fogge col nome di casonsei o calsù, mai uguali a se stessi se assaggiati in contesti diversi. Ne segue che, ragionevolmente, anche questo libro solleverà le consuete polemiche del “non è così che si fa”, “noi ci mettiamo anche questo”.

Piace vedere, nelle molte fotografie che accompagnano la prima parte del volume, tanti volti giovani, a dimostrazione del fatto che la gastronomia camuna può avere un futuro.

Promossa la grafica, fresca e non eccessivamente invadente, sia pure nel limite della difficile gestione del libro come strumento operativo di lavoro (troppo spesso e con carta non propriamente indicata ad essere lasciata con disinvoltura sul piano di cucina). Sul fronte dell’operazione di comunicazione sorprende, e molto, che alla pubblicazione di un’opera del genere non sia seguita un’immediata e clamorosa diffusione a livello territoriale. Certamente se l’obiettivo era nobilitare la cucina camuna nel mondo non è alla Valle che si doveva indirizzare la promozione, ma sarebbe un peccato che uno sforzo così importante, sostenuto da notevoli ingredienti, passasse inosservato proprio da noi.

Una nota critica irrefrenabile: sia passato alle armi all’istante chi ha fornito la ricetta delle Migole. Da Malonnese posso certificare che mai, in nessun caso, nella medesima può essere previsto l’impiego di farina bianca. La ricetta originale prevede l’uso, in parti uguali, di farina di castagne, farina di grano saraceno ed acqua. Condimento, sale, null’altro. Si vocifera di versioni di sola farina di saraceno, ma farina bianca mai.

CAMANINI Riccardo – LÉVEILLÉ Philippe – MASSARI Igino, Segni di stelle – percorsi culinari in Valle Camonica, Compagnia della Stampa Massetti Rodella, Roccafranca 2016, pp. 415. A cura di FLOCCHINI Eletta e PIANTONI Alberto. Prefazione di CERVENI Stefano.

La Mariegola di Cimbergo (Libro – documento 1925)

La Mariegola di Cimbergo (Libro – documento 1925)

Il cuore della pubblicazione è assolutamente storico, ma i suoi contorni hanno tutti gli elementi utili per ambientare a Cimbergo un racconto di sapore medioevale ricco di mistero e di straordinario.

E’ tradizione del Museo Camuno di Breno offrire a quanti amano lo studio del territorio spunti di riflessione e approfondimento sotto forma di edizioni elettroniche di studi o documenti. Nel caso specifico che analizziamo l’operazione che restituisce l’edizione della Mariegola della Confraternita di S. Giovanni Battista di Cimbergo, raro opuscolo pubblicato da Romolo Putelli nel 1925, disponibile in riproduzione digitale.

Secondo il Dizionario del dialetto veneziano di Giuseppe Boerio, Mariegola (dal latino “matricula”, la mare – regola, cioè la regola – madre) è il “libro nel quale sono raccolte le leggi sistematiche di alcune Corporazioni di arti ed anche di luoghi pii”. Nello specifico qui troviamo le disposizioni a cui sono tenuti gli appartenenti alla fraterna dei Disciplini di Cimbergo. Documento senz’altro prezioso per la ricostruzione del passato locale, tipologia documentale non infrequente ma abbastanza rara per la Valle Camonica.

Dalla lettura del medesimo, scritto in volgare Cinquecentesco, ricaviamo importanti informazioni a proposito della Scola, il cui funzionamento fu autorizzato nel 1553 dal “Magnifico miser Domenego Bollanj Cavalier et Coretor delle leze del Jllustrissimo Domino”. La fraterna si costituisce nel rispetto delle diversità di genere, in quanto esplicitamente aperta ad uomini e donne, ed è marcatamente finalizzata all’edificazione spirituale anche se non mancano richiami al dovere di mutualità fra gli associati. Il Capitolo 8 impone infatti a “gastaldo, Vicario e scrivan de veder diligentemente” (…) “seul fusse alcuno deli nostrj fratellj o sorelle in poverta o malatia, che quellj si debia ajutar di beni de la nostra Scola”. Al tempo stesso realtà “chiusa” se di considera che il successivo capitolo 11 impone che “non si possa alienare la nostra Scola in man de persone Aliene ma stia sempre in governo della Comunita de Cimbergo”.

Accanto agli elementi capaci di suscitare l’interesse dei ricercatori nel testo troviamo anche passaggi capaci di scatenare le fantasie degli amanti del mistero e della letteratura medievaleggiante. Ragione della devozione è infatti da ricercarsi nelle “Vision aparse alli nostrj antiqui della Comunita de Cimbergo” nel 1922 “la qual vision fu che la notte del mister San Zuane baptista viteno visibilmente andar a torno el monte ditto Dos da grom una grandissima luminaria de torzi accesi”. Per continuare con il miracolo che “siando venuto a morte uno puto nascente senza batesmo et qual puto fo messo sopra l’altar de ditta Scola fazando oration al onnipotonte Dio et a miser San Zuane baptista fu visto miracolosamente el puto retornar in vita tanto chel fu batizato et poi fu visto a morirj”. Miracolo che letto con gli occhi di oggi lascia perplessi (che senso ha farlo rivivere se poi è immediatamente morto?), ma che all’epoca troviamo diffusissimo come narrazione in tutta la regione delle Alpi, a partire dalla convinzione assoluta della necessità del Battesimo per garantire l’accesso al Paradiso, evitando il non luogo del Limbo.

PUTELLI Romolo, Mariegola della confraternita di S. Giovanni Battista in Cimbergo di Valcamonica, Illustrazione Camuna Editrice, Breno 1925, pp. 26. Riproduzione digitale dell’esemplare Museo Camuno, Raccolta Putelli libraria, 543, 2010.

Il giorno in cui abbiamo inventato l’acqua calda (libro 2016)

Il giorno in cui abbiamo inventato l’acqua calda (libro 2016)

Un libro che racconta esperienze di musicoterapia; di fatto libro dedicato all’ascolto. Perché alla fine, suonare non è altro che mettersi in ascolto. Succede anche se suoni da solo, perché suonando da solo ascolti te stesso.

 

Quando Matteo, giovanissimo e pieno di capelli, trasmetteva su Radio Voce Camuna era in pieno periodo metal. Ricordo di averlo sentito dire ad un suo amico, mentre un brano andava in onda, che quella canzone lo faceva sentire molto cattivo. La cosa mi preoccupò moltissimo: l’idea che la musica rendesse cattivi e che noi la si passasse per radio non mi piaceva. Poi, con calma, ho ragionato sulla frase di Matteo: non aveva detto che quella canzone lo rendeva cattivo, ma che lo faceva sentire cattivo. Non è esattamente la stessa cosa. È una questione di alfabeti: per comunicare usiamo in buona parte le parole e per poterlo fare ci serve un vocabolario che contenga vocaboli che esprimono concetti; non possedere certe parole non permette di comunicare quelle idee. Non è una cosa da poco, perché non riuscirsi ad esprimere fa star male, come è frustrante relazionarsi con qualcuno che non capisce quello che diciamo. Che c’entra? Teo allora stava imparando le parole del vocabolario della musica. Parole senza lettere, a volte anche senza suoni, fatte di vibrazioni che comunicano attraverso un linguaggio forse primitivo, forse più evoluto, capace comunque di arrivare anche dove le lingue codificate non penetrano.

Il senso della musicoterapia non è quindi quello superficiale del rilassarsi ascoltando new age. Consiste nell’esplorare, attraverso un linguaggio nuovo, una parte del nostro comunicare che di solito trascuriamo. Consiste, come si diceva in apertura, nel mettersi in ascolto. Di se stessi, se si suona da soli, degli altri, se si suona per loro. Significa possedere un vocabolario di vibrazioni che esprimono un modo di sentire che le parole non sanno dire. Ed è importante conoscerle una per una, sapendo che alcune fanno sentire cattivi ed altre fanno sentire buoni. Significa scegliere e graduare il discorso sulle reazioni degli altri. E siccome si comunica significa anche che alla fine il tuo dizionario di vibrazioni si arricchisce, perché nel dare ricevi. E siccome quando comunichi con il vibrare della musica lo fai attraverso un linguaggio forse primitivo, forse più evoluto, capace comunque di arrivare anche dove il linguaggio codificato non penetra, succede che riesci a sentirti anche con persone che non parlano la tua lingua, che non parlano affatto, che non sentono con le orecchie, protagoniste di un mondo in cui non valgono le regole solite. Significa mettersi alla prova, non darsi per arrivati, collocare il proprio centro dentro l’altro. E quando anche l’altro riesce a fare la stessa cosa deve essere un po’ come fare l’amore.

Ecco: questo è un libro erotico, in quanto celebra le bellezze dell’amore che si esprime in dialoghi capaci di usare il corpo, ma per andare oltre il corpo. Ed essendo un libro erotico ed un atto d’amore è distribuito gratuitamente a chiunque contatti Teo o Carlo via mail: carlo@sinigaglia.de   teo@teomarchese.com

SINIGAGLIA Carlo – MARCHESE Matteo, Il giorno in cui abbiamo inventato l’acqua calda – storie di musicoterapia. Persone, incontri e occasioni che la musica crea, www.musicaerelazione.com , 2016, pp. 109. Prefazione di Giuliano Zanchi